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Kṛṣṇa
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mweqKṛṣṇacite-ref-dop-1-0[1] (mwfgdevanagari: कृष्ण), più noto con la traslitterazione anglosassone mwfwKrishnacite-ref-dop-1-1[1] ed attestato in italiano anche come mwhaKrisna,cite-ref-2[2] mwiqCrisnacite-ref-3[3]cite-ref-4[4] o mwkgCrisnàcite-ref-5[5], nella tradizione induista è un mwlwavatara del dio mwmaVisnù, e in quanto tale è venerato dalla corrente filosofica indicata come mwmqvisnuismo, che considera mwmgVisnù come divinità principale, l'Essere supremo.
Nella corrente religiosa mwnainduista che va sotto il nome di mwnqkrishnaismocite-ref-6[6] egli è tuttavia considerato Dio, l'Essere supremo stesso e non semplicemente una sua manifestazione o un suo mwogavatara per quanto completocite-ref-7[7] (mwpwpūrṇāvatāra).
Così il mwqqmwqgBhāgavata Purāṇa (testo mwqwkṛṣṇaita del mwraIX secolo d.C.):
(sanscrito)
«kṛṣṇas tu bhāgavan svayam»
(italiano)
«Kṛṣṇa è l'Essere supremo stesso»
(Bhāgavata Purāṇa I,3,28)
Contents
• La fine
• Note
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Origine e sviluppo del culto
Krishna è una divinità che non compare nelle quattro mwbwSaṃithā dei mwcamwcqVeda. Per quanto vi siano dei richiami alla sua figura nella mwcgmwcwChāndogya Upaniṣad (III,17,6; testo presumibilmente dell'VIII secolo a.C.), Krishna come divinità viene presentata in modo completo solo nel poema del mwdaMahābhārata (testo composto tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C.) e, nella mwdqmwdgBhagavadgītā (VI mwdwparvan del mweamweqMahābhārata ad esso aggiunto nel III secolo a.C.), la sua figura diviene centrale.
Gli studiosi ritengono tuttavia che Krishna e Visnù in origine fossero due divinità distintecite-ref-9[9], fondendosi completamente nel V secolo d.C. quando, a partire dal mwfwmwgaViṣṇu Purāṇa (testo visnuita del V secolo d.C.), Krishna è indicato come un mwgqavatara di Visnù.
Gli stretti collegamenti tra le due divinità sono tuttavia precedenti: una colonna del I secolo a.C. rinvenuta a Goṣuṇḍi associa Krishna a mwgwNārāyaṇa (divinità già precedentemente associata a Visnù) mentre immagini relative al periodo dell'mwhaImpero Kushan (I secolo d.C.) rappresentano Krishna con le stesse armi di mwhqVisnù. Tale Krishna è, per gli studiosicite-ref-op-cit-10-0[10], comunque il Krishna del mwigMahābhārata indicato come 'Krishna Vāsudeva', il capo dei mwiwvṛṣni di Mathura che uccide il malvagio Kaṃsa, perde la battaglia contro il re maghada Jarāsaṃda, giunge a Dvārakā (oggi mwjaDwarka di fronte al mwjqMar Arabico) e diviene consigliere dei mwjgPāṇḍava contro i mwjwKaurava nella mwkabattaglia di Kurukṣetra: accenni a tale epica oltre che nel mwkqMahābhārata li si riscontrano anche nel mwkgMahābhāṣya di mwkwPatañjali e nel buddhista mwlaGatha Jātaka.
Al 'Krishna Vāsudeva', ovvero al Krishna del clan degli mwlgyādava che ha già incorporato un altro differente culto, quello di Vāsudeva proprio del clan dei mwlwvṛṣni dando vita al ciclo del mwma Mahābhārata, si aggiunge, successivamente, un ulteriore Krishna, il 'Krishna mwmqGopāla' considerato dagli studiosi inizialmente differenziato dal primocite-ref-11[11].
Così mwnwGavin Flood:
«Intorno al IV secolo d.C., la tradizione dei
Bhāgavata
- ossia la tradizione di Vāsudeva-Kṛṣṇa del
Mahābhārata
- assorbe un'altra tradizione, il culto di Kṛṣṇa fanciullo a
Vṛndāvana
- ovvero il culto di Kṛṣṇa Gopāla, il custode del bestiame.»
(Gavin Flood. L'induismo. Torino, Einuaidi, 2006, pag.162)
Secondo la tradizione Krishna, pur essendo di lignaggio del mwogclan dei mwowvṛṣn] di mwpaMathura, fu adottato da una famiglia di pastori di etnia mwpqābhīra che lo crebbe fino alla maturità quando il dio/eroe torna a Mathura per sconfiggere il malvagio Kaṃsa.
John Stratton Hawleycite-ref-op-cit-10-1[10] spiega questa narrazione con il fatto che gli mwqwābhīra, una etnia nomade che estendeva il suo raggio di azione dal mwraPanjab fino al mwrqDeccan e alla mwrgpianura del Gange adoravano un 'Krishna Gopāla'. Quando gli mwrwābhīra allargarono il loro confini giungendo nei pressi di Mathura (area del Braj) incontrando il clan dei mwsavṛṣni il loro culto venne ad integrarsi con quello del 'Krishna Vāsudeva'.
Riassumendo, originariamente Krishna è un eroe divinizzato del clan degli mwsgyādava ed è probabile, secondo mwswRamchandra Narayan Dandekarcite-ref-dandekar-12-0[12] che il Devakīputra Krishna a cui fa riferimento la mwuamwuqChāndogya Upaniṣad nel celebre XVII mwugkhaṇḍa contenuto nel III mwuwprapāṭaka:
(sanscrito)
«sa yad aśiśiṣati yat pipāsati yan na ramate tā asya dīkṣāḥ atha yad aśnāti yat pibati yad ramate tad upasadair eti atha yad dhasati yaj jakṣati yan maithunaṃ carati stutaśastrair eva tad eti atha yat tapo dānam ārjavam ahiṃsā satyavacanam iti tā asya dakṣiṇāḥ tasmād āhuḥ soṣyaty asoṣṭeti punar utpādanam evāsya tat maraṇam evāvabhṛthaḥ tad dhaitad ghora āṅgirasaḥ kṛṣṇāya devakīputrāyoktvovāca apipāsa eva sa babhūva so 'ntavelāyām etat trayaṃ pratipadyetākṣitam asy acyutam asi prāṇasaṃśitam asīti tatraite dve ṛcau bhavataḥ ādit pratnasya retasaḥ ud vayaṃ tamasaspari jyotiḥ paśyanta uttaram svaḥ paśyanta uttaram devaṃ devatrā sūryam aganma jyotir uttamam iti jyotir uttamam iti»
(italiano)
«Avere fame, sete, rinunciare ai piaceri sessuali corrispondono all'uomo alla consacrazione sacrificale. Il cibo, il bere, il darsi ai piaceri corrispondono in lui agli
upasada
. Ridere, mangiare, godere dei piaceri sessuali corrisponde in lui ai canti e alle recitazioni. L'ascesi, le elemosine, la rettitudine, la non-violenza, l'essere veritiero corrispondono in lui ai doni dati [ai sacerdoti]. Per questo [durante le cerimonie sacrificali] si afferma:
Ṣosyato asoṣṭa
significando con questo la sua nuova nascita. L'abluzione finale (
avabhṛtha
, la conclusione del sacrificio) corrisponde alla sua morte. Quando Ghora Āṅgirasa ebbe insegnato ciò a Kṛṣṇa figlio di Devakī, disse: "Diviene libero dalla sete [del desiderio] [colui] che mentre muore si rifugia in questi tre detti: 'Tu sei l'eterno, l'eternamente stabile, sei l'essenza della vita'". Vi sono a questo riguardo due inni: "Poi videro la luce albeggiante dell'antico seme che arde al di là dei cieli"
, "Dopo la notte vedendo la luce superiore, Sūrya (il Sole), quella luce è il Dio (
deva
) tra gli dei e a lui siamo andati, alla luce suprema, alla luce suprema"
»
(Chāndogya Upaniṣad III,17,1-7)
Non sia altri che il Krishna degli mwzgyādava, un clan mwzwario che fu a stretto contatto con il clan dei mw0avṛṣni di mw0qMathura aventi come culto quello di un altro eroe divinizzato, Vāsudeva. Infatti alcuni contenuti del passaggio della mw0gmw0wChāndogya Upaniṣad, Krishna figlio di Devakī e discepolo di Ghora Āṅgirasa che gli insegna che la vita umana è essa stessa un sacrificio, riverbereranno nello stesso mw1a Mahābhārata.
Questi eroi divinizzati di estrazione guerriera trovano la loro trasformazione in ortodossia brahmanica e vedica con l'incontro con il dio vedico e brahmanico mw1gVisnù proprio nel mw1w Mahābhārata e nella mw2amw2qBhagavadgītā dove Krishna è sinonimo di Visnù in ben tre passaggi: X,21; XI,24; XI,30.
Sempre secondo mw2wRamchandra Narayan Dandekarcite-ref-dandekar-12-1[12] la fusione tra la divinità guerriera e quella brahmanica si rese necessaria nel contesto della critica che religioni "eterodosse" come quella mw4abuddhista e mw4qgiainista, all'epoca in forte ascesa, andavano promuovendo nei confronti del mw4gBrahmanesimo il quale cercava, di converso, nuove risposte teologiche e cultuali alla propria crisi.
Il Krishna-Vāsudeva-Viṣṇu dei clan uniti degli mw5ayādava e dei mw5qvṛṣni si fuse con una divinità pastorale propria degli mw5gābhīra dando vita al Krishna-Vāsudeva-Gopāla-Viṣṇu oggetto delle riflessioni teologiche dei successivi testi detti mw5wmw6aPurāṇa e delle scuole esegetiche visnuite e krishnaite che porranno viepiù al centro del culto religioso questa figura divina intesa come il mw6qBhagavat, Dio, la Persona suprema.
«L'aspetto di Kṛṣṇa come amante divino diventa prevalente in Orissa e Karnataka nel XII e nel XIII secolo, e si diffonde poi in tutto il subcontinente. In questa immagine, Kṛṣṇa è raffigurato con il collo inclinato, la vita piegata e le caviglie incrociate mentre suona il suo flauto irresistibile per richiamare le
gopī
(simbolicamente, le anime degli uomini) dalle loro preoccupazioni mondane.»
(John Stratton Hawley, Enciclopedia delle religioni, Milano, Jaca Book, 1988, pp.206-207)
Nel XVI secolo il teologo visnuita Rūpa Gosvāmi, nel suo mw7aBhaktirasāmrṭasindhu, descrive due tipologie di amore verso Krishna, quindi verso Dio: la prima, indicata come mw7qvātsalya ("amore tenero"), è paragonabile all'amore dei genitori nei confronti dei propri figli piccoli; la seconda, detta mw7gmādhurya ("amore dolce"), è invece propria degli amanti.
Il secondo tipo di amore è proprio, ad esempio, del mw8amw8qGītagovinda opera di mw8gJayadeva (XII secolo); mentre il primo lo si riscontra diffusamente nelle immagini di Krishna bambino e birichino che ruba il burro alle mw8wmw9agopī, proprie invece della devozione dell'India odierna.
Sia come bimbo birichino che si vuole tutto per sé, sia come amante, Krishna, Dio, risulta comunque sempre irraggiungibile.
Allo stesso modo, l'amore spirituale e adultero delle mw9wgopī, e tra queste segnatamente di Rādhā, verso Krishna, viene reso come la metafora dell'amore più elevato, perché solo l'amore tra gli amanti che nulla si devono l'un l'altro, a differenza di quello coniugale sicuro ma mediato per mezzo di un accordo, è inteso come il più purocite-ref-17[17].
«Bambino o adolescente, Kṛṣṇa è sempre un ladro, perché è un ladro del cuore. Persino Rādhā, la pastorella che la tradizione considera la sua favorita, patisce frequentemente e potentemente la sua assenza. Molta della poesia dedicata a Kṛṣṇa è un lamento (
viraha
). Le donne che parlano in queste poesie esprimono desideri inappagati del cuore umano, [...]»
«[...] le stravaganze del dio incarnano chiaramente l'idea induista che la vita stessa sia un prodotto del gioco divino (
līlā
). Abbandonarsi al gioco, ai giochi e alla consapevolezza che tutta la vita è un gioco significa esperire il mondo come è realmente.»
Krishna, Dio, conserva in questo ambito una sua assoluta particolarità. Essendo il Bhagavat, Dio, esso non è condizionato dai mw-wmwaqaguṇa ed è libero dal mwaqemwaqikarman. Krishna è quindi mwaqmsvātantrya, libero da qualsivoglia condizionamento o illusione, e in questa sua assoluta libertà egli può concedere la grazia (mwaqqanugraha), la "liberazione", agli esseri incatenati dalle proprie scelte nel mondo materiale sofferente. Krishna salva quindi i suoi mwaqubhakta (devoti), non solo, ma anche chi non lo è. Riferendosi alla nozione di Dio presente nei mwaqyPurāṇa, mwaqcFrancesco Sferra osserva:
«Nei Purāṇa troviamo numerosi e toccanti esempi di come la semplice recitazione del nome di Dio o un atto di devozione, anche involontario, può conferire la grazia. Anche un peccatore, un reietto, anche chi, agli occhi dell'ortodossia, non sarebbe degno di ricevere l'attenzione delle persone perbene, figuriamoci di Dio, può indurre il Signore a concedergli la grazia. E dunque possiamo descrivere la salvezza non solo come passaggio, ma anche come abbandono fiducioso (
prāpatti
) in Dio. E questo è il cuore della
bhakti
»
(Sferra, p. XXXVII)
La vita di Krishna nella letteratura visnuita
La mitologia hindū inerente alla figura del dio Krishna, di volta in volta inteso o come avatara del dio Visnù o come manifestazione del mwaqsmwaqwBhagavat stesso, origina da una composita letteratura che nel suo sviluppo abbraccia oltre un millennio. Partendo dal poema mwaq0Mahābhārata (IV secolo a.C.-IV secolo d.C.), con particolare riguardo agli insegnamenti religiosi contenuti in quella parte di esso che va sotto il nome di mwaq4 Bhagavadgītā (III secolo a.C. -I secolo d.C.), fino alla sua appendice, lo mwaq8mwaraHarivaṃśa (II-III secolo d.C.), in particolar modo nella sua parte detta mwareViṣṇu-parvan, continuando, poi, nei vari mwariPurāṇa, con particolare attenzione al mwarmViṣṇu Purāṇa (V secolo d.C.) e al mwarqBhāgavata Purāṇa (IX secolo).
Nascita, infanzia e gioventù
Nel mwarwmwar0Viṣṇu-parvan dello mwar4mwar8Harivaṃśa, ambientato a Mathurā città situata lungo le rive del fiume Yamunā, viene narrata la nascita di Krishna, qui inteso come il mwasaBhagavat, Dio, la Persona suprema, figlio di Vasudeva e di Devakī.
Lo scopo di questa sua nascita è distruggere Kaṃsa, l'usurpatore del trono dei mwasivṛṣni. Ma Kaṃsa è a conoscenza della profezia del veggente Nārada che ha previsto la sua morte per mano di uno dei figli di Devakī. Questa la ragione per cui Kaṃsa ordina l'assassinio di ogni figlio di Devakī. Ma il settimo, Balarāma, viene miracolosamente trasferito nel grembo della seconda moglie di Vasudeva, Rohiṇī; mentre l'ottavo, Krishna, viene scambiato con il figlio di una coppia di pastori, Nanda e Yaśodā, del villaggio di Gokula, questo situato sulla sponda opposta del fiume Yamunā.
In seguito, saputa la notizia della presenza del figlio di Devakī nascosto nel villaggio di Gokula, il sovrano Kaṃsa, per ucciderlo, invia una demonessa di nome Pūtanā, che assunte le sembianze di un'affascinante nutrice visita le giovani madri del posto, chiedendo loro di poter tenere in braccio i piccoli e allattarli al proprio seno. In realtà, essendo il latte avvelenato, tutti i neonati muoiono. Pūtanā giunge quindi nella casa di Nanda e Yaśodā e preso in grembo il piccolo Krishna lo inizia ad allattare, ma il dio è immune al veleno, e comincia a succhiare tanto avidamente dal seno della donna da provocarne la morte. Una volta morta, Pūtanā riprende le sue vere sembianze di demonessa, svelando così il complotto dell'usurpatore Kaṃsacite-ref-18[18].
La guerra di Kurukṣetra
Durante la mwatusanguinosa battaglia di mwatyKurukṣetra, descritta nel poema epico del mwatcmwatgMahābhārata, Krishna prende le parti dei virtuosi principi mwatkPāṇḍava contro i loro cugini mwatoKaurava, usurpatori del regno.
Krishna , essendo imparentato con entrambi i rami della famiglia, chiede ad mwatwArjuna (il terzo dei Pāṇḍava) e a mwat0Duryodhana (il maggiore dei Kaurava), giunti alla sua dimora per invocarne l'alleanza, di scegliere tra il suo esercito e la sua presenza fisica sul campo di battaglia, con la condizione che però egli non avrebbe combattuto. Il Pāṇḍava sceglie la sua vicinanza (per questa ragione Krishna sarà l'auriga del suo carro), rendendo soddisfatto anche Duryodhana, il quale può appropriarsi del potente esercito di Krishna.
Prima della battaglia, trovandosi davanti a cugini, nonni, mentori ed amici schierati nel campo avversario, Arjuna cede all'angoscia e, piangendo, si rifiuta di combattere.
Nella celeberrima parte del mwauaMahābhārata che ha come titolo mwauemwauiBhagavadgītā, Krishna infonde forza e coraggio all'eroe rammentandogli il proprio mwaummwauqDharma di guerriero e impartendogli una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.
Grazie alla vicinanza divina di Krishna, i Pāṇḍava ottengono la vittoria a Kurukṣetra nonostante l'inferiorità numerica del loro esercito rispetto a quello dei Kaurava.
La fine
La morte del dio Krishna è narrata nel mwaugMahābhārata, precisamente nel suo XVI mwaukparvan, il mwauoMausalaparvan ("Libro dello scontro con le mazze"). Dopo l'autodistruzione della sua stirpe, attuatasi per mezzo di una feroce guerra interna, Krishna si ritira nella foresta e mentre è immerso nelle profondità meditative dello mwausyoga, viene raggiunto da una freccia al calcagno, unico suo punto vulnerabile, scagliata da un cacciatore che lo scambia per un cerbiatto.
Con la sua morte il dio abbandona il corpo materiale riacquistando la sua sola forma divina e spirituale giungendo nel Cielo dove viene accolto come Dio, la Persona suprema.
Secondo la tradizione hindū, la morte fisica di Krishna, calcolata dall'astrologo Āryabhaṭa (V secolo d.C.), corrisponde al nostro 18 febbraio 3103/3102 a.C., da qui la medesima tradizione fa partire l'era detta del mwau4Kali-yuga.
La "rivelazione" di Krishna nella Bhagavadgītā
Questa opera, fondamentale per l'Induismo, si svolge sul campo di mwav0Kurukṣetra quando, eserciti schierati pronti al combattimento, l'eroe dei Pāṇḍava, Arjuna, preso dallo sconforto di dover uccidere maestri, amici e i cugini schierati nel campo avversario, decide di abbandonare il combattimento. Allora il suo auriga e amico Krishna gli impone di rispettare i suoi doveri di mwav4kṣatra, quindi di combattere e uccidere, senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (mwav8karma). Per convincere Arjuna della bontà dei propri suggerimenti Krishna espone una vera e propria rivelazione religiosa finendo per manifestarsi come l'Essere supremo. Innanzitutto Krishna precisa che la sua "teologia" e la sua "rivelazione" non sono affatto delle novità (IV,1 e 3) in quanto già da lui trasmesse a mwawaVivasvat e da questi a mwaweManu in tempi immemorabili, ma che tale conoscenza venne poi a mancare e con essa il Dharma e, quando ciò accade e per proteggere gli esseri benevoli dalle distruzioni provocate da quelli malvagi, qui è lo stesso Krishna a parlare, «io vengo all'esistenza» (IV,8; dottrina dell'avatara).
Krishna si manifesta nel mondo affinché gli uomini, e in questo caso Arjuna, lo imitino (III, 23-4). Così Krishna, l'Essere supremo manifestatosi, spiega che ogni aspetto della Creazione proviene da lui (VII, 4-6, ed altri) per mezzo della sua mwawmmwawqprakṛti, e che, nonostante questo, egli rimane solo uno spettatore di questa creazione:
«Padroneggiando la mia natura cosmica, io emetto sempre di nuovo tutto questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della mia natura. E gli atti non mi legano, Dhanaṃjaya
; come qualcuno, seduto, si disinteressa di un affare, così io rimango senza attaccamento per i miei atti.»
([[#CITEREFBhagavadgītā|Bhagavadgītā]], IX 8-10)
L'uomo deve quindi imparare a fare lo stesso essendo legato alle proprie azioni, in quanto anche se si astiene dal compierle, come stava per fare Arjuna rifiutandosi di combattere, i mwawsmwawwguṇa agiranno lo stesso incatenandolo al proprio mwaw0mwaw4karman (III, 4-5), egli deve comunque compiere il proprio dovere (mwaw8svadharma, vedi anche più avanti) persino in modo "mediocre" (III, 35).
mwaxgMircea Eliade così riassume l'insegnamento principale di Krishna ad Arjuna e a tutti gli uomini, imitarlo:
«La lezione che se ne può trarre è la seguente: pur accettando la 'situazione storica' creata dai
Guṇa
(e la si deve accettare perché i
guṇa
derivano da Kṛṣṇa) e agendo secondo le necessità di questa 'condizione', l'uomo deve rifiutarsi di
valorizzare
i propri atti e, perciò, di accordare un
valore assoluto
alla propria condizione [...] In questo senso si può affermare che la
Bhagavad Gītā
si sforza di 'salvare' tutti gli atti umani, di 'giustificare' ogni azione profana: infatti, per il fatto stesso di non godere più dei loro 'frutti',
l'uomo trasforma i propri atti in sacrifici
, cioè dinamismi transpersonali che contribuiscono a mantenere l'ordine cosmico»
(Eliade, p. 241)
Quindi la 'novità' della 'rivelazione' della mwaxsmwaxwBhagavadgītā consiste nel comunicare all'uomo che non solo il sacrificio vedico tiene unito il cosmo, ma anche qualsiasi suo atto purché questo sia privo di attaccamento o di desiderio verso il 'risultato', ovvero gli venga attribuito un significato che prescinda dall'interesse di chi lo agisce; e tale meta è raggiungibile solo con lo mwax0mwax4yoga.
Ma se:
(sanscrito)
«tapasvibhyo 'dhiko yogī jñānibhyo 'pi mato 'dhikaḥ karmibhyaś cādhiko yogī tasmād yogī bhavārjuna»
(italiano)
«Lo yogin è superiore agli asceti
, lo yogin è superiore anche agli uomini di conoscenza
, lo yogin prevale sui sacrificanti
. Per questo, o Arjuna, divieni uno yogin»
(Bhagavadgītā, VI,46.)
Tale obiettivo diviene conseguito pienamente solo se lo mway4yogin focalizza la sua attenzione, e quindi dedica i suoi atti, in Dio, in Krishna (VI, 30-1). In questo modo la mway8mwazaBhagavadgītā proclama la superiorità della mwazemwazibhakti su ogni altra 'via' spirituale o mondana; la mwazmbhakti è la 'via' supremacite-ref-25[25].
Da ciò ne consegue che se nel mwazkmwazoVeda è il mwazsmwazwbrahmodya, la contesa sacrificale, il luogo per conquistare ruolo e beni terreni; nei mwaz0mwaz4Brāhmaṇa è lo mwaz8mwaaayajña, il rito sacrificale officiato da una casta sacerdotale che garantisce in una vita futura, anche successiva a questa, i benefici cercaticite-ref-26[26], e nelle mwaaumwaayUpaniṣad è il mwaacvimokṣa, la liberazione dalla mondanità l'obiettivo ultimocite-ref-27[27], nella mwaawmwaa0Bhagavadgītā l'intera vita ordinaria acquisisce il luogo ultimo di salvezza, se essa è mwaa4mwaa8bhakti, devozione offerta per intero a Dio, Krishna.
«Chi vede in me tutte le cose e tutte le cose in me, per costui io non sono perduto, per me egli non è perduto. Lo yogin che mi onora come presente in tutti gli esseri e si rifugia in questa unità, questi è sempre in me, in qualsiasi stato si trovi»
(Bhagavadgītā, VI, 30-1. Traduzione di Raniero Gnoli, in Eliade, p. 806)
Aneddoti mitologici inerenti alla figura di Krishna
Il sollevamento della collina del Govardhana
La narrazione di questo evento mitico la si riscontra in due mwabgpurāṇa: mwabkViṣṇu Purāṇa (X e XI) e mwaboBhāgavata Purāṇa (X, 24 e 25).
Tale collina, o monte, è collocata nell'area del Vṛndāvana, qui i pastori del luogo decidono di non compiere più i tradizionali sacrifici vedici al dio, vedico, Indra, quanto piuttosto riconoscere il culto e la propria devozione a Krishna.
Indra, si infuria, e decide di scatenare una terribile tempesta allo scopo di annientare i pastori e i loro armenti, ma Krishna solleva la collina di Govardhana sotto la quale tutti trovano riparo.
Trascorsa una settimana Indra, colpito dalla facilità con cui Krishna offre rifugio ai suoi devoti, ammette la sconfitta, placa la tempesta e, dopo aver abbracciato Krishna, torna nei suoi Cieli in groppa all'elefante Airāvata.
Da questa narrazione mitologica, Krishna ottiene l'appellativo di Govardhanadhara ("Sorrettore del Govardhana").
In un particolare verso del mwacaBhāgavata Purāṇa (X, 24,25), ed è Krishna che parla, si invita al culto delle vacche, dei brahmani e della collina di Govardhana, nel prosieguo del contesto Krishna, per infondere la fede nei pastori di Gokula, assume la forma di montagna cibandosi delle offerte e dichiarando di essere lui stesso la collina del Govardhana.
(sanscrito)
«kṛṣṇas tv anyatamaṁ rupam
Gopa-viśrambhaṇaṁ gatah
śailo 'smīti bruvan Bhuri
balim Adad Brhad-vapuh»
(italiano)
«Per infondere fede nei pastori (
Gopa-viśrambhaṇaṁ
) Kṛṣṇa assunse un'altra forma (
anyatamaṁ rupam
), dichiarando "sono io la collina", mangiando quindi le abbondanti offerte»
(Bhāgavata Purāṇa X, 24, 35)
Questo brano è all'origine del Govardhana-śīla, ovvero della forma di una semplice pietra, proveniente dalla collina di Govardhana, decorata, con cui, in alcune scuole krishnaite, viene adorato il dio.
Note
cite-note-dop-11. ↑ mwacs mwacwmwac0Bruno Migliorini mwac4et al., mwac8mwadaScheda sul lemma "Kṛṣṇa"mwadm, in mwadsmwadwDizionario d'ortografia e di pronunzia, Rai Eri, 2010, mwad0ISBNmwad4 978-88-397-1478-7.mwaea
cite-note-22. ↑ mwaeqmwaeuStefano Piano, mwaeySanatana-Dharma. Un incontro con l'induismo, mwaecEdizioni San Paolo, 2019, pp.mwaeg 262-267, mwaekISBNmwaeo 978-8892219090. mwae0«mwae4Janmastami (nascita di Krisna) si celebra nell’ottavo giorno di luna calante [...]; in occasione di questa festa, che è celebrata con molta solennità anche a Vrndavana, dove Krisna trascorse la fanciullezza, i devoti digiunano fino alla mezzanotte» Citato in: mwae8mwafamwafeKrishna Janmastami, su mwafimwafmUnione induista italiana. mwafqURL consultato il 24 luglio 2024..
cite-note-33. ↑ "Sorpassata la parte centrale e più popolosa di Calcutta, la così detta «Città Bianca», rimontarono la riva verso il nord, cacciandosi nella città indiana, la più sporca e la più miserabile, ma però anche la più pittoresca, trovandosi colà le più belle pagode dedicate a Brahma, a Siva, a Visnù, a Crisna, a Parvadi ed alle tante altre divinità adorate dagli indù." mwafkEmilio Salgari, "I misteri della jungla nera", Parte Seconda "La rivincita di Tremal-Naik", capitolo XI "Il fakiro"
cite-note-44. ↑ Allor Crisna dinanzi a sé scoperse. Stando dei Yadu ai principi davanti, I Panduidi, in ver belli a vederne, Quai cinque fieri indomiti elefanti: Le membra avean di cenere cosperse, E pur son forti, vegeti ed aitanti; E il capo dei Yadavi seco stesso II caso a meditar stette perplesso." mwagqMichele Kerbaker, "Il Mahābhārata", Parte I, Capitolo V "Lo sposalizio di Draupadī"
cite-note-55. ↑ "E, dagli strali di Candarpa il core Trafitti, e volti a Crisnà i lor pensieri, Si guardano con odio e con livore Quelli che buoni amici eran pur ieri. Coi carri, onde mirar l’opre d’Amore, Gli Aditia, i Vasu, i Rudra, i mattinieri Asvini coi Maruti e i Sadia a schiera Vennero, e a capo lor Yama e Cuvera." mwahaMichele Kerbaker, "Il Mahābhārata", Parte I, Capitolo V "Lo sposalizio di Draupadī"
cite-note-66. ↑ Come fa notare Friedhelem E. Hardy è improprio sovrapporre mwahqtoutcourt il mwahukrishnaismo con il mwahyvaisnavismo (o visnuismo): mwahc mwahk«The concept "Vaiṣṇavism" has tended to subsume all Kṛṣṇaite phenomena and has thus proved to be far too wide.» mwaho(mwahsKṛṣṇaism in mwahwEncyclopedia of Religion, vol.8. New York, Macmillan, 2005, p.5251.) I tre mwah0mwah4sampradāya propri del mwah8krishnaismo sono quelli fondati da mwaiaNimbārka (XIII secolo), mwaieCaitanya (XV secolo) e mwaiiVallabha (XV secolo).
cite-note-77. ↑ mwaiymwaicFlood,mwaig p. 163. mwaio«Per alcuni mwaisvaiṣṇava, come gli mwaiwmwai0śrī-vaiṣṇava, Krishna è un'incarnazione di Viṣṇu, e gli è dunque subordinato; per altri come i mwai4mwai8gauḍīya-vaiṣṇava, Krishna stesso è la divinità suprema.»
cite-note-81. mwajmmwajqSchleberger,mwaju pp. 80-83.
cite-note-99. ↑ mwajkmwajoHawley 2005. mwajw«Many scholars feel that Krishna and Viṣṇu were originally two independent deities.»
cite-note-op-cit-1010. ↑ mwakimwakmHawley 2005.
cite-note-1111. ↑ mwakcmwakgHawley 2005. mwako«The involvements of Vāsudeva Krishna and Krishna Gopāla' are sufficiently distinct that it has been suggested the two figures were initially separate.»
cite-note-dandekar-1212. ↑ mwalamwaleDandekar,mwali p. 9499. mwalq«There is sufficient evidence to show that Vāsudeva and Krishna were originally two distinct personalities. The Yādava Krishna may as well have been the same as Devakīputra Krishna, who is represented in the mwaluChāndogya Upaniṣad (3.17.1) as a pupil of Ghora Āṅgirasa and who is said to have learned from his teacher the doctrine that human life is a kind of sacrifice. Krishna seems to have developed this doctrine in his own teaching, which was later incorporated in the mwalyBhagavadgītā. In time, the Vṛṣnis and the Yādava, who were already related to each other, came closer together, presumably under political pressure. This resulted in the merging of the divine personalities of Vāsudeva and Krishna to form a new supreme god, Bhagavān Vāsudeva-Krishna.»
cite-note-132. Nome di alcuni riti celebrati durante le mwalocerimonie sacrificali.
cite-note-143. Tali forme verbali posseggono due significati: "Egli spremerà, ha spremuto il mwal4mwal8soma" oppure "Egli genererà, ha generato".
cite-note-154. mwammmwamqṚgveda VIII,6,30.
cite-note-165. mwamgmwamkṚgveda I,50,10.
cite-note-1717. ↑ mwam0(mwam4mwam8EN) David Kinsley, mwanaHindu Goddesses: Visions of the Divine Feminine in the Hindu Religious Tradition, University of California Press, 1988, p.mwane 89.
cite-note-1818. ↑ mwanuBhāgavata Purāṇa, X, 6, 4.
cite-note-196. Bhīma e Hanumat sono fratelli avendo in Vāyu, il dio Vento, lo stesso padre.
cite-note-207. "Conquistatore di ricchezze", "Vittorioso", è un epiteto di mwanwArjuna.
cite-note-2121. ↑ Vedi tra gli altri mwaoamwaoeBhagavadgītā,mwaom XVII 7 e ss.
cite-note-228. Coloro che praticano l'ascesi (mwaoctapas).
cite-note-239. Coloro che conseguono la conoscenza (mwaosjñāna).
cite-note-2410. Sugli uomini che celebrano i sacrifici, ovvero coloro che ottengono il frutto delle azioni (mwao8karman) sacrificali.
cite-note-2626. ↑ mwapk mwaps mwapw(sanscrito) mwap4«atha ha sma āha kauṣītakiḥ parimita phalāni vā etāni karmāṇi yeṣu parimito mantra gaṇaḥ prayujyate atha aparimita phalāni yeṣu aparimito mantra gaṇaḥ prayujyate mano vā etad yad aparimitam prajāpatir vai mano [...] mitam ha vai mitena jayaty amitam amitena» mwap8(italiano) «Kauṣītakī affermava: limitati sono i risultati dei riti in cui vengono recitate un limitato numero di formule sacrificali- infiniti sono i frutti dei riti in cui vengono recitate un infinito numero di formule sacrificali- la mente è l'infinito- Prajāpati è la mente-[...] si ottiene un limitato attraverso il limitato, l'infinito attraverso l'infinito» mwaqe(mwaqiKauṣitakī Brāhmaṇa XVI, 2,3)
cite-note-2727. ↑ mwaqy mwaqg mwaqk(sanscrito) mwaqs«sa yo manūṣyāṇāṃ rāddhaḥ samṛddho bhavaty anyeṣām adhipatiḥ sarvair mānuṣyakair bhogaiḥ sampannatamaḥ sa manuṣyāṇāṃ parama ānandaḥ atha ye śataṃ manuṣyāṇām ānandāḥ sa ekaḥ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandaḥ atha ye śataṃ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandāḥ sa eko gandharvaloka ānandaḥ atha ye śataṃ gandharvaloka ānandāḥ sa ekaḥ karmadevānām ānando ye karmaṇā devatvam abhisampadyante atha ye śataṃ karmadevānām ānandāḥ sa eka ājānadevānām ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śatam ājānadevānām ānandāḥ sa ekaḥ prajāpatiloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śataṃ prajāpatiloka ānandāḥ sa eko brahmaloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ athaiṣa eva parama ānandaḥ eṣa brahmalokaḥ samrāṭ iti hovāca yājñavalkyaḥ so 'haṃ bhagavate sahasraṃ dadāmi ata ūrdhvaṃ vimokṣāyaiva brūhīti atra ha yājñavalkyo bibhayāṃ cakāra -- medhāvī rājā sarvebhyo māntebhya udarautsīd iti» mwaqw(italiano) «La massima felicità per gli uomini è essere ricchi e agiati e di comandare sugli altri, con disponibilità dei godimenti umani; ma cento felicità degli uomini equivalgono a solo una felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri equivale una sola felicità di colui che ha conquistato il mondo dei mwaq4Gandharva; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo dei mwaq8Gandharva corrisponde una felicità di colui che ha conquistato la felicità dei mwaraDeva, i quali [grazie ai meriti] hanno assunto tale condizione; a cento felicità dei mwareDeva corrisponde una felicità dei Deva primordiali (mwariājanadeva, Intende i mwarmmwarqDeva che tali sono sempre stati fin dall'inizio e che non devono la loro condizione alla rinascita.) nonché di un mwarubrahmano libero dal peccato e dal desiderio; a cento felicità del mondo di mwaryPrajāpati corrisponde ad una sola del mwarcmwargBrahman e del mwarkbrahmano libero dal peccato e dal desiderio e questa è la felicità suprema, grande re, tale è il mondo del mwaromwarsBrahman. Così disse Yājñavalkya: "Io ti offro mille vacche, o venerabile; ma tu spiegami ancora cose più alte al fine della liberazione". A questo punto Yājñavalkya si impaurì e pensò: "il re è astuto egli mi ha fatto uscire dalle mie difese".» mwarw(mwar0mwar4Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad IV,3,33)
Bibliografia
• citeref-bhagavadg-tBhagavadgītā, cura e traduzione di Anne-Marie Esnoul, con una nota critica di Mario Piantelli, Milano, Adelphi, 1991, ISBN 9788845908514.
• citerefdandekar(EN) Ramchandra Narayan Dandekar, Vaiṣṇavism, in Encyclopedia of Religion, vol. 14, New York, Macmillan, 2005.
• citerefeliadeMircea Eliade, La sintesi induista: il Mahābhārata e la Bhagavad Gītā, in Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. 2, Milano, Rizzoli, 2006, ISBN 9788817014335.
• mwasuGiovanni Filoramo (a cura di), Hinduismo, collana Biblioteca Universale Laterza, n. 542, Bari, Laterza, 2002, ISBN 9788806182526.
• citereffloodGavin Flood, L'induismo, collana Piccola Biblioteca, Torino, Einaudi, 2006, ISBN 9788806182526.
• citerefhawley-2005(EN) John Stratton Hawley, Krishna, in Encyclopedia of Religion, vol. 8, New York, Macmillan, 2005.
• citerefschlebergerEckard Schleberger, Le divinità indiane, Roma, Edizioni Mediterranee, 1999, ISBN 88-272-1304-X. Ospitato su archive.org.
• citerefsferraFrancesco Sferra e A. Rigopoulos (a cura di), Hinduismo antico, collana I Meridiani – Classici dello Spirito, vol. 1. Dalle origini vediche ai Purāṇa, Milano, Mondadori, 2010, ISBN 9788804594178.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
• citerefbritannica-com(EN) Krishna-Hindu-deity, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
• citerefcyclop-dia-of-biblical-theological-and-ecclesiastical-literature(EN) Kṛṣṇa, in Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature, Harper.
• (EN) Kṛṣṇa, su Comic Vine, Fandom.